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No 270 ? No President !

Grandi elettori: George W. perde il "numero magico"

Riferimento il manifesto
tale padre tale figlio GRANDI ELETTORI: GEORGE W. PERDE IL "NUMERO MAGICO"
Per la prima volta sotto quota 270, che segna la soglia di maggioranza nel meccanismo elettorale fondamentale

di FABRIZIO TONELLO 8 ottobre 04

John Kerry potrebbe farcela e George Bush potrebbe andarsene dalla Casa Bianca. Ieri, per la prima volta dall'inizio della campagna elettorale, Bush è sceso sotto il "numero magico" di 270 grandi elettori, necessario per vincere, ed è sceso a 264.
Come si sa, il presidente viene eletto non direttamente dai cittadini ma da un collegio elettorale composto da rappresentanti degli stati. Ogni stato ha tanti rappresentanti quanti sono i suoi deputati e senatori insieme, il totale fa 538 e la maggioranza è quindi 270. Il risultato di questo sistema è una distorsione della rappresentanza a favore degli stati poco popolati: il Wyoming (0,5 milioni di abitanti) ha due senatori come la California (35 milioni).

Le mappe colorate che i giornali americani pubblicano sui loro siti web mostrano che tutto il Sud e l'Ovest degli Stati Uniti, fino alle Montagne Rocciose votano repubblicano, mentre sulle due coste (California , Massachusetts, New York) prevalgono i democratici.
Nel 2000, Gore ebbe 539.898 voti popolari più di Bush, ma fu ugualmente sconfitto nel collegio elettorale perché i repubblicani traggono vantaggio dal sistema, che sovrarappresenta le loro roccaforti.
Non conta, quindi chi sia in testa nei sondaggi, ma cosa dicono i sondaggi stato per stato e quali effetti hanno spostamenti di voti anche piccoli nel meccanismo del collegio elettorale.
Supponendo che i polls rappresentino esattamente lo stato dell'opinione e che queste opinioni non cambino da qui al 2 novembre (due fattori di enorme incertezza), ieri per la prima volta George Bush è sceso sotto quota 270, fermandosi a 264 voti elettorali.
Neppure Kerry ha una maggioranza, però si è avvicinato enormemente al suo avversario e molto dipenderà dai dibattiti televisivi, che potrebbero dargli ulteriore slancio.

I sondaggi locali confermano che gli americani politicamente attivi sono sempre più dubbiosi sul presidente in carica, in particolare negli stati che hanno perso molti posti di lavoro come l'Ohio, la Pennsylvania, il Michigan. Non a caso, è proprio superando Bush nei primi due e arrivando alla pari nell'ultimo che Kerry ha praticamente eliminato il vantaggio di Bush nel collegio elettorale.
Ora, la mappa delle elezioni presidenziali 2004 assomiglia sempre più a quella del 2000: tutta la costa del Pacifico (Washington, Oregon e California) è saldamente con Kerry, che non ha problemi neppure sulla costa atlantica dal Vermont fino al Delaware. Il terreno di scontro che verrà conteso fino all'ultimo voto sono gli stati industriali del centronord: Ohio, Michigan, Illinois, Wisconsin, Minnesota. Rispetto a quattro anni fa, Kerry sta andando meglio di Gore in Ohio, mentre sembra in svantaggio in Wisconsin e deve assolutamente vincere in Michigan.

Se si votasse oggi, Kerry raccoglierebbe 253 voti elettorali: con i 17 delegati del Michigan (che nel 2000 diede a Gore un confortevole 51%) Kerry raggiungerebbe quota 270 e diventerebbe presidente (salvo brogli dei repubblicani, per nulla da escludere).

Tutto questo è pura speculazione, ma fotografa anche una dinamica della campagna elettorale più favorevole ai democratici, che stanno facendo un enorme sforzo per mobilitare i loro elettori, un compito reso più facile dalle evidenti difficoltà di Bush e Cheney nei dibattiti.
La distanza tra il mondo immaginario dell'amministrazione repubblicana e la realtà emerge fortemente dai dibattiti: anche Cheney non ha avuto nulla da replicare quando Edwards gli ha ricordato che Bush jr. è il primo presidente che abbia assistito a una diminuzione netta del numero di posti di lavoro negli Stati Uniti dai tempi di Herbert Hoover, dopo la crisi del 1929...
George Bush continua ad attenersi alla sceneggiatura che gli scrivono i consulenti come Karl Rove, ma appare come un attore poco convinto delle proprie battute.
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