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Un lavoro sul cubo

All'ombra della notte. Intervista di Patrizio Paolinelli a una cubista della Riviera Adriatica

xubismo da Global magazine, n 4, Luglio 2003

All'ombra della notte. Intervista a una cubista della Riviera Adriatica

di Patrizio Paolinelli

La sfera del piacere è oggi interamente commercializzata.
La strada al controllo del desiderio è stata spianata dalla sottovalutazione delle sinistre per il mondo emotivo, come se la struttura del sentire fosse qualcosa che si costruisce al di fuori dei rapporti di potere.
Assai più abilmente l'industria dell'intrattenimento fornisce senso e significato all'idea del corpo, della sessualità e del modo in cui socializzare.
Vista la debacle della sinistra su questo fronte non resta che tentare di comprendere criticamente. Lo facciamo attraverso l'esperienza di Valentina. Una statuaria cubista bolognese di 28 anni e che da 11 attraversa il notturno mondo del divertimento.

Come ha iniziato a lavorare nelle discoteche?
Per caso. In un locale dove andavo spesso con amici una sera dei p.r. mi vedono ballare e mi offrono di lavorare nella riviera romagnola. A scuola non andavo bene. Mio padre mi aveva imposto degli studi che mi condannavano a restare tutta la vita davanti a un computer e a me piaceva ballare. Così con la scusa di fare la stagione estiva invento una gran storia ai miei genitori e a 17 anni mi ritrovo sul cubo.

Per il pubblico cosa rappresenta una cubista?
Per gli uomini una bella gnocca da portarsi a letto. Per le donne una bella gnocca a cui somigliare. In discoteca si va principalmente per cuccare.

Per una cubista cosa rappresenta il pubblico?
Una massa di adoratori. Uomini ai tuoi piedi, donne che t'invidiano. Vedere migliaia di persone che ti mangiano con gli occhi è un'esperienza erotica. È così: per fare la cubista ci vuole una gran dose di esibizionismo altrimenti cambi mestiere.

folli E lei ha cambiato mestiere? Spesso. Ma non perché non mi andava di fare la cubista. È un lavoro che mi è sempre piaciuto anche se a volte tutto è estremamente effimero.
Qui c'entra l'amore. Alla seconda stagione in Riviera Adriatica conosco Pierre, un coreografo francese. Ci mettiamo insieme, mollo gli studi e in autunno sono a Parigi.
Lì inizio a prendere lezioni di danza e mi rendo conto di essere una dilettante. Non è stata una bella scoperta. Attraversavo ancora la fase della cubista euforica e non capivo che una cubista non può essere solo un bell'oggetto in movimento.
Lo vorremmo tutte ma non è possibile. Intanto Pierre mette in piedi una compagnia e io sogno di diventare una ballerina professionista. Lavoro con lui per quasi due anni. Ma abbiamo pochi ingaggi e per arrotondare faccio la modella per istituti d'arte e pittori. La compagnia si scioglie e io e Pierre ci ritroviamo a lavorare in discoteca: tutti e due sul cubo. In un club molto in, per fortuna.

Tra l'esperienza italiana e quella francese ci sono delle differenze?
Soprattutto di mentalità.
In Francia chi lavora nello spettacolo si sente ed è considerato un lavoratore come tutti gli altri.
In Italia non è così: sono tutti geni incompresi.
Non mi riferisco solo al mondo della danza con cui ho avuto a che fare direttamente. Vale anche per le discoteche, dove di artistico c'è poco.
In Italia sono stata pagata sempre in nero. In Francia, anche quando ho fatto la cubista, ero regolarmente assunta.
Certo sia qua come là la dote principale di una cubista è la bellezza. Se sa ballare è meglio, altrimenti un paio di tequila bum bum e raggiungi il giusto grado di euforia.

Come è organizzata la giornata di una cubista?
È un lavoro discontinuo. Perciò alterni periodi molto intensi con altri in cui il lavoro principale è cercare lavoro. Diciamo che nel periodo topico, d'estate, di giornata ne resta veramente poca. In genere si finisce di ballare verso le tre di notte.
Poi bisogna considerare il dopodiscoteca. Si va sempre a cena. Fuori, c'è ad aspettarti il solito gruppetto di clienti-spasimanti pronti a portarti dove vuoi. Oppure vai con gli altri colleghi del locale a mangiare da qualche parte. Ovviamente si aggregano gli amici dei colleghi che vengono per rimorchiare.
Io quando potevo tornavo a casa. Cercavo di tenermi un po' di energie per le lezioni di danza del giorno dopo. Cosa che non sempre riuscivo a fare perché quando hai finito di lavorare ti va di rilassarti, di ridere, cazzeggiare. Oppure, se sei ancora carica, ti va di fare un po' di casino.
solitudine del tubo Per farla breve: se va bene, ci si sveglia alle due del pomeriggio totalmente rincoglioniti e spesso neanche a casa tua. Prima di riprenderti sono le cinque. Alle dieci devi essere in discoteca, pronta e in forma. Tempo per te ne resta poco.

Si guadagna bene con il suo lavoro?
Sì, se lo prendi come un lavoro stagionale. Se lo fai come mestiere è un po' dura perché capitano mesi in cui sei chiamata poche volte, dipende dall'agenzia, dai tuoi contatti personali, da quanto sei richiesta dal pubblico, da quanto sei disposta a spostarti, da come va il giro di discoteche che ti sei fatto. Oltre alla mancanza di continuità la carriera di una cubista è molto breve. Anzi non è una carriera. Lavori per qualche anno poi sei sostituita da ragazze più giovani.

In questo caso cosa si fa?
Si fa come faccio io. Ti sbatti di meno per continuare a fare solo la cubista e t'inventi qualche altro lavoro. Se sai ballare veramente le occasioni non mancano, almeno non in certi periodi dell'anno.

Ci sono delle ripercussioni nella sua vita sentimentale per il tipo di lavoro che svolge? Sì, ma lì per lì non te ne rendi conto. Si è troppo giovani, troppo inesperti e fai una vita che tutti ti invidiano. È come essere sempre in festa, sei piena di corteggiatori, fai quello che vuoi, per di più ti pagano. Cos'altro potresti chiedere?
In quanto ai rapporti fissi, in genere durano poco. Troppe tentazioni e poi si vive a dei ritmi che non favoriscono relazioni durature. Non hai tempo. Sei spesso in viaggio e a parte le serate c'è un lavoro di contatti da mantenere: con le agenzie, i proprietari delle discoteche, i dj. È impegnativo e a un certo punto capisci che non basta più essere belle.
Lì finisce la fase euforica della cubista. Inizi a preoccuparti e allora curi di più l'abbigliamento, fai palestra, stai attenta alla dieta, cerchi di mantenere buoni rapporti con tutti, frequenti corsi con seri professionisti per imparare a ballare davvero. E così hai ancora meno tempo per una relazione fissa.

Come è continuata la sua esperienza di cubista?
In maniera intermittente.
Dopo circa un anno di lavoro in discoteca a Parigi, Pierre rimette in piedi una compagnia di danza e ha un contratto per una stagione estiva in Catalogna. Partiamo. Durante la tournée la nostra storia finisce e io resto a Barcellona. Mi aggrego a dei gruppi che fanno flamenco e penso che non andrò mai più via da quella città. Ma in Spagna la situazione è veramente drammatica. Il lavoro è poco e mal pagato, peggio che in Italia.
flamencubo Ritorno a ballare sul cubo in diversi locali ma non ce la faccio a tirare avanti e finisco a fare la spogliarellista in un night per turisti. Tento di dare un minimo di dignità al mio numero studiando una coreografia ma è un'esperienza da disperati. Persino i poliziotti ti stanno dietro per scoparti. Ce n'era uno che non mi lasciava in pace.
Reggo qualche mese poi torno a Bologna. E sono passati tre anni.

Tornata in Italia, cosa fa per vivere?
Continuo a fare la cubista ma sorpresa: c'è un'ondata di ragazze slave senza precedenti. Concorrenti molto giovani e spregiudicate, bravissime nel mantenere buone relazioni con chi conta.
Per tirare avanti insegno aerobica in alcune palestre, tengo corsi serali di salsa e merengue, faccio la modella per servizi pubblicitari di biancheria intima.
Economicamente non reggo e per un periodo mi tocca persino tornare ad abitare dai miei.
Poi mi viene il colpo di genio: mi stabilisco a Rimini e organizzo un gruppo di danze caraibiche. Pochi mesi dopo ci esibiamo in diverse manifestazioni estive della Riviera Adriatica.
È un lavoro estenuante perché ho a che fare con funzionari dei vari enti di promozione, devo preparare le coreografie, organizzare i tempi di ballerini e musicisti che ovviamente non lavorano solo per me e magari proprio quel giorno che mi servono sono impegnati altrove, allora corri a cercare un sostituto...
Poi c'è da gestire il rapporto con i direttori artistici delle varie rassegne, te li raccomando tutti.
abbozza Con quello che guadagno riesco a vivere ma sempre con l'acqua alla gola. È un vero esaurimento, vado in crisi e alla fine della seconda stagione mollo tutto e torno in discoteca.

Sempre nel ruolo di cubista?
Sì. Ma mi propongo anche come animatrice. Contatto le discoteche che fanno musica latino-americana e organizzo delle serate. Ho diversi amici dj con i quali c'è un buon feeling.

Tra il lavoro di cubista e quello di animatrice quali sono le differenze principali? La cubista usa esclusivamente il corpo. L'animatrice deve anche saper parlare al microfono, essere capace di scaldare la sala, andare ai tavoli per trascinare la gente in pista, usare una voce sensuale. Insomma non basta essere bellona, devi essere anche simpaticona. Personalmente preferisco fare la cubista. È più spontaneo.

Progetti per il futuro?
Non sono abituata a farne. Io ragiono settima per settimana, mese per mese.

disegno 1: www.deapress.it
foto 2 : http://Fjuanma.com
disegno 3: www.interarteonline.com
disegno 4: www.janicklederle.com
disegno 5: www.stradanove.net
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