Comunicato sulla vertenza del piu' grande Call
Center d'Italia, il 119 della TIM.
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Per andare dietro ad un ferro, andò perso il cavallo!
COMUNICATO CUSTOMER SERVICE Ancora una volta si sono messi
dei puntini di sospensione sulla trattativa del customer service.
Dopo avere fatto le assemblee con l’ennesima proposta di rotativo
per i lavoratori, e avere avuto il mandato a fare la trattativa su
quella base, in virtù del fatto di avere matrici accettabili, (anche
se coscienti del peggioramento rispetto alle condizioni di turni
avuti fino al 17 gennaio), non si è riusciti a chiudere a Roma
questa storia aperta ormai da due anni. L’ultimo incontro con
l’azienda si era incanalato nel migliore dei modi, con le richieste
dei lavoratori fatte in assemblea per ritoccare le matrici in senso
positivo, accettate dall’azienda: - Pause pranzo di due turni
riviste - Turni di sabato e domenica con spezzato di 15 minuti
invece di 30 - Passaggi di livello dal 3° al 4° confermati -
Passaggi dal 50% al 75% che si otterranno in base all’anzianita’ di
servizio - Part-time dedicato alle mamme Come sempre però
T.I.M., che pur forte di profitti sempre maggiori che riesce ad
ottenere, non solo non decide di spendere soldi per questo rinnovo
dei turni assumendo personale, ma cerca di risparmiare ulteriormente
sul costo del lavoro (già molto basso) chiedendo di portare l’orario
degli operatori del Customer a 7,40 ore, sei minuti in più al
giorno, giustificato dal fatto che sul contratto delle
telecomunicazioni è previsto che chi fa un presidio inferiore alle
15 ore non può godere della riduzione d’orario. Questo avrebbe
significato 24 ore di lavoro l’anno in più, che sommate alle 50 ore
che già concederemo per non avere più turni continuati, portano
all’azienda 74 ore l’anno pro-capite di lavoro gratis! Oltre a
questo l’azienda non concede le otto ore in più di permessi
stabiliti in un accordo del 2001, da dare in fase di rinnovo degli
orari, con la stessa motivazione della riduzione dell’arco orario di
presidio. Su queste basi abbiamo chiesto all’azienda di rivedere
la sua posizione perché a queste condizioni si rompeva il tavolo di
trattativa. Dopo un’analisi al suo interno la T.I.M. conferma le
7,34 d’orario di lavoro ma resta ferma sulla posizione di non dare
le otto ore in più di permesso. Come delegati del sindacalismo
di base abbiamo ritenuto in quest’occasione importante mettere su un
accordo una condizione che oggettivamente scavalca quello che è
previsto nel contratto nazionale, che va a favore dei lavoratori, e
che può essere rivendicata in altri settori (vedi ex post vendita
business), dove anche se l’arco orario di presidio è inferiore alle
15 ore si può in fase di rivisitazione degli orari, richiedere la
riduzione dei sei minuti dell’orario di lavoro. Così come si sarebbe
creato un precedente non di poco conto che in un accordo su un
settore specifico si va a migliorare una clausola del contratto
nazionale. A questo punto si è arrivati grazie alle lotte messe
in piedi nei mesi scorsi dai lavoratori, al sacrificio di continuare
a fare i turni imposti dall’azienda rifiutando un ipotesi d’accordo
siglata dal sindacato confederale a febbraio, ipotesi del tutto
negativa rispetto a quello che si riusciva ad ottenere oggi.
Riteniamo pretestuoso l’atteggiamento della CGIL di fare saltare un
tavolo di trattativa per una questione esclusivamente di principio
quando in questi anni abbiamo visto questo sindacato, insieme a
CISL-UIl, siglare accordi devastanti per le condizioni dei
lavoratori, accettare supinamente esternalizzazioni e precariato
dilagante in un azienda come la T.I.M. La nostra proposta, come
già esemplificata nelle assemblee, è quella di tornare a fare votare
i lavoratori in assemblea sull’ipotesi di accordo, di concludere in
maniera positiva questa trattativa senza lasciare nessun pezzettino
all’azienda (perché già tanto si è perso in questi anni),
consapevoli che finalmente portiamo a casa se non un accordo
migliorativo rispetto al passato, almeno delle condizioni
oggettivamente umane di turni. E questo è dovuto grazie alla volontà
dei lavoratori, e di alcuni delegati sindacali combattivi.
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