Protocollo d'Intesa tra Regione Lombardia e
Diocesi di Milano Intesa lombarda sui cappellani ospedalieri

Protocollo d'intesa per la salute dell'anima, ma soprattutto per l'assunzione dei preti cattolici nelle strutture ospedaliere della Lombardia, quello firmato dall'arcivescovo di Milano, cardinal Dionigi Tettamanzi, e da Roberto Formigoni, presidente polista della Regione prontamente riconfermato, nonché alto esponente di Comunione & Liberazione.

Le autorevoli firme sono state apposte, infatti, nel corso di adeguata cerimonia, lo scorso 21 marzo 2005 a Milano, in un luogo che molto opportunamente si chiama via Festa del Perdono, nella Sala del Gonfalone della Fondazione Ircss che raggruppa l'Ospedale Maggiore Policlinico e le cliniche Mangiagalli e Regina Elena.

L'accordo tra la Regione Lombardia e la Regione Ecclesiastica Lombardia riguarda la "disciplina del servizio di assistenza religiosa cattolica negli enti sanitari e assistenziali pubblici e privati accreditati" e di fatto significa che i sacerdoti cattolici saranno assunti a tempo pieno e indeterminato (si potrebbe dire per l'eternità) e pagati dalle rispettive aziende sanitarie locali cui gli ospedali di destinazione (pardon, i posti di lavoro) fanno riferimento.

Unico caso, da una decina d'anni in qua, di assunzioni "nominative" a tempo indeterminato in capo alla Pubblica amministrazione, in barba alle Finanziarie che hanno bloccato da altrettanto tempo le assunzioni di nuovo personale pubblico di qualsivoglia specialità e qualificazione, e soprattutto in barba agli eterni co. co. co. e specializzandi che tirano il collo da qualche lustro e che nessun protocollo d'intesa riesce a far passare per la cruna dell'ago degli stessi Enti locali. E viceversa, ve li immaginate i preti cattolici co. co. co o co. co. pro, part time o a chiamata, intermittenti o in affitto? Ecco dunque, potenza della Chiesa, un secondo primato: farla in barba anche alla legge 30.

Nasce così, novant'anni dopo quelli di guerra, la figura dei cappellani socio-sanitari. E cosa debbano fare è scritto nero su bianco nel lungo documento in 13 articoli che richiama il diritto del malato ad avere, si spera oltre alla necessaria assistenza sanitaria, anche l'assistenza religiosa garantita dalla nostra Costituzione. Documento che si preoccupa però, soprattutto, di mettere in chiaro che tali "operatori" per la salute dell'anima dovranno essere almeno uno per ogni struttura ospedaliera, cliniche e case di cura (pubbliche e private, convenzionate, autorizzate e accreditate) fino a 300 posti letto e almeno due fine a 700 posti letto, comunque in proporzione alla capienza, definita di volta in volta con una convenzione ad hoc.

Si tratta di cappellani - anzi di intere "cappellanie", ovvero strutture composte anche da suore e diaconi e assistenti religiosi dediti al "volontariato" - il cui «inquadramento contrattuale, i diritti e doveri degli stessi, il loro orario di lavoro e la loro reperibilità verrà disciplinato assieme all'uso delle strutture e dei beni messi a disposizione della cappellania».

E vi si precisa che essi saranno di esclusiva nomina e revoca e sostituzione dell'Ordinario Diocesano (cioè nei poteri discrezionali della sola Curia) benché a totale carico delle Aziende sanitarie locali che nel merito non potranno metterci becco. Infine, oltre che retribuiti, tali cappellani ospedalieri dovranno essere forniti anche di abitazioni "adeguatamente arredate".

Nessun riferimento, manco un rigo, per i degenti laici atei agnostici areligiosi o anche solo scaramantici, né per quelli buddisti taoisti animisti induisti musulmani o ebrei, che non solo non riceveranno il conforto dello spirito da parte dei rispettivi ministri di culto ma su cui graverà, tutto compreso nelle spese del Servizio sanitario nazionale, il costo complessivo delle assunzioni e delle remunerazioni dei cappellani (delle cappellanie) cattolici apostolici romani.

Ma non basta. In una nota esplicativa dell'Osservatorio giuridico-legislativo della Curia milanese si legge un passaggio che richiama l'articolo 5 del Protocollo d'Intesa, non a caso ripreso nel discorso tenuto dal cardinal Tettamanzi in occasione della firma, che recita: «Gli assistenti religiosi, a nome della Chiesa, si accostano con discrezione al malato ed offrono l'accompagnamento di una umana solidarietà e di una cura spirituale, per chi la desidera. Così tra le finalità del servizio di assistenza religiosa sono comprese, oltre alle "attività dirette all'amministrazione dei sacramenti e dei sacramentali, alla cura delle anime, alla catechesi ed all'esercizio del culto", tra l'altro anche "il sostegno al processo terapeutico della persona ammalata, il contributo in materia di etica e di umanizzazione nella formazione del personale, la promozione del volontariato, in particolare per la umanizzazione delle strutture, dei servizi e dei rapporti interpersonali"».

Si tratta dunque di un'ingerenza nei processi terapeutici e nelle decisioni che li possono accompagnare, con particolare riguardo a momenti ed eventi cruciali, come può avvenire all'inizio di una gravidanza a rischio o nella procreazione assistita, o alla fine di un percorso di lunghe e dolorose degenze terminali, o ancòra nei casi di coma irreversibile come nelle terapie del dolore, o nel corso di scelte che possono essere moralmente controverse e avere un impatto con la dimensione etica privatissima del malato. Con una vera e propria intrusione nel rapporto fiduciario tra assistito e personale medico.

Dice Ezio Locatelli, per molti anni consigliere regionale al Pirellone: «In questo modo, mentre da un lato si depauperano e si svuotano i servizi sanitari nelle strutture pubbliche, dall'altro si accentuano i processi di privatizzazine della sanità in Lombardia, caratterizzandoli sempre di più in termini confessionali e di discriminazione religiosa. Senza contare la pressione psicologica sul personale medico e infermieristico, oltre che sui malati e i loro famigliari».

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