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Monsanto perde la battaglia del grano
La multinazionale Usa sospende
le sperimentazioni sul frumento. In Italia Greenpeace ferma la
soia transgenica LUCA
FAZIO Nel quartiere generale di
Monsanto, a St.Louis, Missouri, non sono abituati a gettare la
spugna. Eppure questa volta si tratta di una vera e propria
dichiarazione di resa incondizionata. «Come è risultato da una
revisione complessiva degli investimenti futuri e dal dialogo
con le industrie leader del grano - scrive Carl Casale,
vicepresidente esecutivo di Monsanto - riconosciamo che le
opportunità di business con il Roundup Ready sono meno
attraenti rispetto ad altre priorità commerciali». Monsanto
dunque, dopo sette anni di inutili sperimentazioni (dal 1997 i
territori piantati con Roundup Ready sono diminuiti del 25%),
«smetterà di produrre e di fare ricerca in campo sul grano
Roundup Ready»». La notizia è una manna per il sistema
agroalimentare mondiale del frumento (2 miliardi di
consumatori, 600 milioni di tonnellate all'anno prodotte in
120 paesi) e segna la prima sconfitta che la multinazionale
del biotech ha dovuto incassare proprio a casa sua (a metà
giornata le azioni di Monsanto perdevano fino al
3,6%).
Come è stato possibile? La sconfitta è venuta
dal mercato perché, ammette lo stesso Carl Casale, «questa
tecnologia porta vantaggio solo per una parte di coltivatori
di grano, poiché risulta non funzionale per un largo
schieramento dell'industria del grano». La stessa conclusione
cui era giunto il Washington Post un anno fa quando
scrisse che «per la prima volta nella decennale corsa per
conquistare consenso verso le colture gm, la Monsanto
fronteggia una significativa opposizione degli agricoltori».
In tutto il nord America, Canada compreso, i farmers
hanno constato che il mercato mondiale - europeo in
particolare - rifiuta il frumento modificato, una
manipolazione che contaminerebbe i prodotti che sono alla base
dell'alimentazione dell'area mediterranea (l'anno scorso l'87%
degli acquirenti di grano canadese, con in testa l'industria
agroalimentare italiana, ha richiesto che fosse
ogm-free).
Patty Rosher, manager del Canadian wheat
board, una delle più grandi agenzie del mondo nella
commercializzazione di grano, ha accolto la decisione con
soddisfazione: «Penso che Monsanto abbia preso la decisione
migliore e abbia fatto bene a renderla pubblica». Luca
Colombo, del Consiglio dei Diritti Genetici, canta vittoria.
«Anche Monsanto - commenta - si è alla fine resa conto che la
risposta del mercato al frumento trangenico è del tutto
negativa. In Italia questa reazione si è materializzata con
l'iniziativa Grano o Grane, attraverso la quale
l'intero sistema agroalimentare nazionale ha inviato
oltreoceano le proprie preoccupazioni su questa tecnologia, in
modo da vanificarne l'adozione». E se la battaglia del grano è
quasi vinta - «ne riparleremo tra 4-8 anni», minaccia Carl
Casale - in Europa nessuno ha intenzione di abbassare la
guardia per contrastare l'invasione di tutte le altre colture.
Le associazioni ambientaliste, oltre a setacciare i
supermercati di mezza Europa a caccia di prodotti etichettati
ogm, non perdono occasione per assediare i carichi sospetti
che solcano i mari alla ricerca disperata di un approdo. Una
settantina di attivisti di Greenpeace proprio ieri ha occupato
due dei principali impianti dove viene scaricata soia nel
porto di Ravenna. Dei 4,2 milioni di tonnellate di soia che
l'Italia importa ogni anno per la mangimistica animale e per
l'industria alimentare quasi la metà arriva a Ravenna, e
Greenpeace proprio nella città romagnola ha effettuato un test
trovando soia gm.
Da domenica intanto è ancora bloccata
al largo di Chioggia (Venezia) la nave che batte bandiera
panamense con un carico di 40 mila tonnellate di soia
argentina: sulla fiancata i militanti di Greenpeace hanno
scritto «L'Europa dice no agli ogm». Sono azioni che tentano
di dimostrare agli esportatori mondiali (Argentina, Brasile)
che in Europa conviene ogm-free. L'hanno capito persino a
St.Louis.
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