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Mosca svolta, dice sì a Kyoto
Il governo annuncia a sorpresa
la sua intenzione di ratificare il Protocollo anti-gas serra.
Ma la strada è ancora lunga e tortuosa, i nemici della
ratifica sono molti e potenti. Soddisfazione tra gli
ambientalisti e nell'Unione europea ASTRIT DAKLI C`è ovvia
soddisfazione tra gli ambientalisti di tutto il mondo, nonché
tra i governi che finora hanno fatto ratificare dai propri
parlamenti nazionali il «Protocollo di Kyoto», dopo la
decisione del governo russo di appoggiare a sua volta la
ratifica del Protocollo. Con il sì di Mosca, infatti, si
supera la soglia cruciale del 55 per cento delle emissioni di
biossido di carbonio da parte dei paesi industrializzati,
necessaria per l'entrata in vigore effettiva del trattato per
la limitazione dei «gas serra», all'origine dei più pericolosi
cambiamenti climatici sul pianeta. Un 55 per cento che stava
nelle mani della Russia (responsabile da sola del 17 per cento
delle emissioni globali) dopo che George Bush, tra i primi
atti della sua presidenza, aveva ritirato il sì americano al
trattato. L'entusiasmo ambientalista, comunque, è forse ancora
prematuro. Se è vero infatti che la decisione russa sembra
chiudere un lunghissimo periodo di tira-e-molla delle autorità
di Mosca sull'argomento, è altrettanto vero che la vera
ratifica da parte della Duma di stato è ancora lontana, che i
pareri contrari a Kyoto sono in Russia ancora assai «pesanti»
e che, in ultima analisi, l'annuncio di ieri potrebbe
rivelarsi alla fine solo un gioco delle parti per tenere sulla
corda soprattutto i governi dell'Unione europea - i più
convinti sostenitori della necessità di far entrare in vigore
il protocollo, tanto che ieri un portavoce Ue ha riferito
della «calda accoglienza» di Bruxelles alla decisione russa -
e cercar di strappare loro qualche concessione in altri
campi.
Le stesse modalità dell'annunciato «sì»
moscovita lasciano del resto perplessi. Nonostante
l'importanza mondiale della questione, la decisione del
governo di presentare alla Duma un disegno di legge per la
ratifica del trattato non è stata annunciata né da Putin né
dal primo ministro Mikhail Fradkov - entrambi assenti nella
riunione del governo - ma dal viceministro degli esteri Yurij
Fedotov: il quale più che dei vantaggi ha parlato soprattutto
dei problemi politici internazionali legati a un'eventuale
mancata ratifica. La decisione per giunta è stata accompagnata
dal malaugurio di due pezzi da novanta dell'amministrazione:
il consigliere economico del presidente Andrej Illarionov,
secondo il quale l'entrata in vigore del protocollo «renderà
impossibile raggiungere il progettato raddoppio del Pil entro
il 2014» e dunque «obbligherà a cambiamenti dolorosi nella
nostra politica economica e sociale»; e lo stesso premier
Fradkov, secondo cui «la discussione sull'argomento è aperta e
sarà probabilmente difficile. Alla Duma ci sarà
battaglia».
Data l'attuale composizione della Duma,
totalmente soggetta al volere del presidente Vladimir Putin, è
chiaro non ci potrebbe essere la benché minima discussione -
non parliamo di una «battaglia» - se dal Cremlino giungesse un
aperto «ok» alla ratifica. Ma evidentemente Putin non ha
ancora preso una decisione definitiva - o forse (ma è
un'interpretazione maligna) ha deciso per il no ma vuole che a
dirlo siano i deputati, dimostrando così la loro
«indipendenza» proprio mentre tutti gli analisti descrivono la
definitiva scomparsa di ogni traccia di democrazia
rappresentativa in Russia (si veda l'articolo di Francesca
Mereu in questa pagina).
La Russia, ricordiamo, è stata
fra i firmatari iniziali del Protocollo di Kyoto: ma a partire
dal 2001, quando è diventato chiaro che la sua ratifica
sarebbe stata comunque decisiva per l'entrata in vigore, ha
incominciato a oscillare. Putin personalmente si è espresso
solo un paio di volte, e con termini ambigui: nel 2003 ha
definito Kyoto «un passo nella giusta direzione» ma ha anche
detto che «siamo un paese nordico e un piccolo aumento di
temperatura globale non ci fa paura»; nel maggio di quest'anno
ha detto che «noi siamo a favore del processo di Kyoto... ma
abbiamo alcune preoccupazioni sulle sue conseguenze»,
nascondendosi poi dietro il fatto che «la ratifica non dipende
dal presidente ma dal parlamento». Quanto agli altri esponenti
governativi, a favore si sono espressi nel corso dei mesi
soprattutto i ministri del comparto energetico, contro gli
altri. Solo venti giorni fa, ricordiamo ancora, il premier
Fradkov aveva definito il trattato di Kyoto «inefficace».
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