L’UNAC, l’Unione Arma dei Carabinieri denuncia che
diciannove militari rientrati dall’Iraq sono stati ricoverati
d’urgenza presso l’ospedale del Celio di Roma. Forti i timori
che siano stati colpiti da patologie generate da contaminazione
da uranio impoverito. Nessuna smentita dal Ministero della
Difesa.
"Ci hanno segnalato che 19 nostri colleghi di ritorno dall'Iraq
sarebbero stati ricoverati al reparto oncologico del policlinico
militare romano del Celio. Alcuni di loro in cura, altri in
osservazione". Antonio Savino, segretario nazionale dell'UNAC,
Unione arma dei carabinieri, ha il tono deciso di chi non vuole
usare mezze misure: "E abbiamo il timore che questi ragazzi possano
essere stati colpiti da tumori o gravi patologie a causa di una
sospetta contaminazione da uranio impoverito".
La sindrome
del Golfo comincerebbe a farsi sentire tra i commilitoni italiani
impegnati sul fronte iracheno ma l'ordine superiore potrebbe essere
quello di mettere tutto a tacere. "Il Celio non ha ancora smentito
questa notizia", continua Savino, "non ha fornito, dietro nostra
richiesta, i nomi dei ricoverati e continua a negare l'accesso ai
rappresentanti dell'associazione. Noi vogliamo sapere se tra i
militari ammalati ci sono anche dei carabinieri e se comunque hanno
bisogno di assistenza". Questa chiusura alimenta i sospetti del
maresciallo Savino che da buon investigatore di professione vuole
vederci chiaro: "Li avrebbero ricoverati al Celio, struttura
sottoposta al controllo militare, per tenerli nascosti?".
Di
questa vicenda si è fatto accenno anche al convegno organizzato
sabato scorso a Tempio Pausania in provincia di Sassari dalla sede
sarda dell'UNAC. I temi dell'incontro al quale hanno partecipato
anche familiari delle vittime e militari ammalati sono di quelli che
fanno tremare i polsi ai generali: "Libertà di associazionismo,
rappresentativa sindacale nelle Forze armate. Uranio impoverito e
scorie nucleari: problemi di salute per militari e civili
contaminati e conseguenze per l'ambiente".
L'appuntato
Michele Garau, organizzatore dell'iniziativa, è il segretario
regionale e responsabile legale dell'associazione dei carabinieri:
"Sono stato al Celio una ventina di giorni fa ma appena arriviamo
noi le porte si chiudono. Ho chiesto di parlare con i responsabili
dall'ospedale, nulla di fatto. Mi hanno tenuto nell'anticamera".
Garau conferma ciò che dice Savino: "Sospettiamo che in un
padiglione speciale dell'ospedale militare siano ricoverati i
militari ammalati di ritorno dall'Iraq.
Diverse segnalazioni
sono arrivate al nostro call center dalle famiglie dei soldati che
ci chiedono informazioni. Dobbiamo riuscire a penetrare questo muro
di gomma". Non è da sottovalutare che stavolta a scendere in campo
sia un'associazione di militari che si autodichiara lontana "dai
palazzi del potere e dai titolati che vi ruotano all'interno" e che
rivendica "il diritto di poter liberamente manifestare il proprio
pensiero, di potersi liberamente associare, difendere anche in forme
sindacali e tutelare nella propria professionalità".
Oltretutto l'UNAC ha reso pubbliche anche una serie di
fotografie inedite scattate in Iraq, parte di un dossier di oltre
200 immagini. Alcune di queste sono presenti in uno speciale sul
sito Internet dell'associazione, http://www.unionecarabinieri.it/,
e mostrano militari che si aggirano attorno a carri armati che
potrebbero essere stati colpiti da munizioni all'uranio impoverito.
"Ne abbiamo altre che ritraggono soldati senza adeguate protezioni
vicini a zone bombardate e residuati bellici", aggiunge Savino.
Il problema della tutela delle forze armate impegnate nelle
missioni internazionali è più che mai attuale, nonostante un
documento della Brigata multinazionale West datato 22 novembre 1999
e diffuso tra gli ufficiali che operavano in Kosovo dimostri che già
da 5 anni i generali sapevano: "L'inalazione delle polveri
insolubili di uranio impoverito è stata associata con effetti a
lungo termine sulla salute, compresi tumori e malformazioni nei
neonati", dichiara la circolare. Nonostante questo i proiettili al
DU non sono stati ancora banditi.
Nonostante l'esposizione
alle polveri radioattive delle munizioni altamente perforanti
avrebbe causato la morte di 24 soldati italiani e la malattia di
altri 240. "Da tempo abbiamo denunciato che in Iraq è stata usata
una enorme quantità di proiettili ad uranio impoverito, che ha
lasciato contaminazioni dappertutto", si legge nel sito dell'Unione
carabinieri. "Come può rilevarsi dalle foto inviateci dai nostri
colleghi rientrati dall'Iraq, i rilievi furono fatti. Perché non
sono stati comunicati ai nostri militari che continuano a
passeggiare in Iraq senza alcuna protezione? Quanti morti dobbiamo
ancora vedere prima che ci raccontino la verità?".
Liberazione - 30 giugno 2004
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