Indagine Nidil Cgil: a Milano solo il 3% degli
atipici diventa dipendente. Boom delle partite Iva: +34%
MANUELA CARTOSIO il manifesto La legge 30 (più nota come
«Biagi») metterà fine all'abuso dei co.co.co: quelli veri dovranno
essere trasformati in contratti a progetto, quelli fasulli dovranno
essere assunti come subordinati. Suonava così la favola bella
raccontata dal ministro Maroni. Il professor Ichino, da parte sua,
sosteneva che la novità vera della legge 30 era l'aut aut imposto
alle collaborazioni coordinate e continuative. Dunque, l'ostilità
della Cgil alla legge era pretestuosa. Un sindacato che si rispetti,
aggiungeva il giuslavorista, dovrebbe pretendere l'estensione della
positiva novità ai co.co.co del pubblico impiego. Un'indagine del
Nidil-Cgil di Milano sgonfia questi rosei palloncini. Nidil ha
chiesto ai co.co.co della sua mailing list cosa è cambiato nel loro
contratto di lavoro con l'arrivo della legge Biagi. Hanno risposto
in 985: il 3% è stato assunto come dipendente, il 26% costretto alla
partita Iva, il 23% trasformato in contratto a progetto, al 7% non è
stato rinnovato, al 41% è stato prorogato il contratto da co.co.co.
Pur non essendo un campione rappresentativo dei 300 mila co.co.co
milanesi e dei 2,8 milioni collaboratori italiani, l'indagine è
significativa.
Il 3% «trasformato» in lavoro subordinato,
dice il segretario di Nidil Amedeo Iacovella, è un dato
«fisiologico»: succedeva così anche prima della legge 30. La
striminzita percentuale basta ad affondare la «demagogia» del
ministero del Welfare. Il dato più preoccupante è quel 26% che è
stato obbligato ad aprire una partita Iva. Tra giugno e settembre le
partite Iva a Milano sono aumentate del 34% rispetto al
corrispondente periodo del 2003. Dietro la robusta inversione di
tendenza (l'anno scorso le partite Iva erano diminuite del 4,6%
rispetto al 2002) c'è il «ricatto» subìto dai collaboratori, caduti
dalla padella nella brace. Alla fine dell'anno - prevede Iacovella -
segnaleremo un vertiginoso aumento di liberi professioni, «degli
imprenditori di se stessi con redditi inferiori a 10 mila euro
l'anno». Nei contratti a progetto (23%) si trova di tutto. Le
aziende intepretano con «fantasia e furbizia» la parola «progetto» e
in alcuni contratti la retribuzione è legata al risultato. «Hanno
reintrodotto il cottimo», commenta Iacovella.
Il 41% dei
co.co.co sono stati tenuti in stand by, sfruttando la proroga di un
anno concessa dal decreto attuativo della Biagi. La proroga scade il
24 ottobre, ma un decreto approvato dal consiglio dei ministri il 3
settembre la prolunga di un altro anno per le aziende che
negozieranno con il sindacato la sopravvivenza delle collaborazioni.
Negoziare azienda per azienda in un settore dove il sindacato è
pressoché assente? Se ci sarà da negoziare sui contratti a progetto,
la Cgil non si tirerà indietro, ma gli accordi devono essere di
settore o quanto meno di gruppo. E sul tavolo devono esserci non
solo i progetti ma le tutele: maternità, malattia, infortuni,
diritti sindacali, trasferte pagate, clausola di recesso.
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