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di Fabrizio Marchetti
Il film che rappresentò l’avventura più paradossale
del grande regista Terry Gilliam (“Brazil”, “L’esercito delle 12
scimmie”, “Paura e delirio a Las Vegas). Paradossale anzitutto
per l’esito imprevisto della sua produzione: costato più di 40
milioni di dollari e con un cast tecnico di tutto rispetto (dallo
scenografo Dante Ferretti alla costumista Gabriella Pescucci) fu il
flop più colossale dell’ex Monthy Python. Paradossale in secondo
luogo perché contrariamente all’andamento del botteghino, “Le
avventure del Barone di Munchausen” ha rappresentato uno dei
capitoli più lieti di un cinema idealmente inteso come mirabile
macchina dispensatrice di sogni ed emozioni. Ed anche l’espressione
più lieta di una cinematografia concepita come forma ibridata di
arte: dalla visionarietà didascalica di George Méliès (autore nel
1911 della prima pellicola ispirata alle gesta del vero barone
tedesco K. F. Hieronymus) allo splendore illustrativo di Doré, dallo
stile umoristico del filone letterario britannico alla creatività
fiabesca della penna collodiana. Tra un’invenzione e l’altra emerge
poi il ritratto di un secolo (il Settecento) in parte segnato da una
spavalda buffoneria goliardica e in parte rievocato da una nobile
tradizione cavalleresca. Fotografia meravigliosa, sceneggiatura
ricca e briosa, accompagnamento musicale di grande suggestione.
Attori bravissimi e divertente cameo di Robin Williams, Sting ed Uma
Thurman (che in verità al tempo era ancora poco
conosciuta).
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Verso la fine del ‘700, in una piccola
città portuale assediata dai Turchi agli ordini di un sultano,
la compagnia dei teatranti Salt recita in un locale diroccato
le gesta di Karl Friedrich Hieronymus Von Munchausen, un
nobile ufficiale di cavalleria. All’improvviso sale sulla
scena il vero Barone Karl che rievoca le sue mirabolanti
imprese compiute con l’aiuto di quattro fedeli compagni:
Gustavo, il soffiatore più potente del vento; Bertoldo, il
servitore più veloce del mondo; Albrecht, l’uomo più forte di
un gigante; Adolfo, l’individuo con la vista più potente di un
telescopio. |
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