La Repubblica on line - 20 maggio 004
Quarta parte
In una lettera inviata al presidente Clinton nel
gennaio 1998 i massimi esponenti del
Project for the New
American Century, tra i quali
Donald Rumsfeld, avvertivano: "La nostra capacità di assicurare che
Saddam Hussein non stia producendo
armi di distruzione di massa è notevolmente diminuita...
Poiché
gli ispettori non sono stati in grado di accedere a molti impianti iracheni per un lungo periodo
di tempo, é ancora più improbabile che riusciranno a scoprire tutti i segreti di Saddam.... L'unica
strategia accettabile è quella di eliminare la possibilità che l'Iraq diventi capace di usare o minacciare. Nel breve periodo questo richiede
la disponibilità a intraprendere una campagna militare... ". Il senso del testo è inequivocabile:
per
proteggere i nostri interessi nel Golfo dobbiamo intervenire; per intervenire bisognerebbe poter provare che Saddam
ha armi di distruzione di massa; questo non potrà mai essere provato con sicurezza; quindi interveniamo in
ogni modo. La lettera non diceva che le prove dovevano essere inventate, e Clinton nel 1998 non ha cercato di
inventarle, ma sei anni dopo, dopo aver ricevuto altre lettere dello stesso tenore,
lo ha fatto Bush.
Ecco un altro modo di legittimare un atto di forza.
Ma l'ultimo passaggio del discorso mussoliniano esibiva un altro argomento.
ricordava che noi eravamo per eccellenza un popolo di poeti, artisti, eroi, santi e navigatori (come se
Shakespeare, i costruttori delle cattedrali gotiche, Giovanna d'Arco e Magellano fossero nati tutti tra Bergamo e
Trapani).
L'argomento si può così sintetizzare: "noi abbiamo il diritto di prevaricare perchè siamo i
miglior". Nella sua retorica da autodidatta Mussolini ignorava un modello, e comunque non avrebbe potuto farvi
ricorso, perché rappresentava una lode dell'odiata democrazia. Il modello era il discorso di Pericle quando
stava per iniziare la guerra del Peloponneso (riportato da Tucidide). Questo discorso è ed è stato
inteso nei secoli come un elogio della democrazia, ed è una descrizione superba di come una nazione possa
vivere garantendo la felicitè dei propri concittadini, lo scambio delle idee, la libera deliberazione delle
leggi, il rispetto delle arti e dell'educazione, la tensione verso l'uguaglianza. Ma questa idealizzazione della
democrazia ateniese mirava (si legga il discorso) a legittimare l'egemonia ateniese sulla Grecia e sui paesi
vicini.
Però lo stesso Tucidide ci offre un'altra e estrema figura della retorica della prevaricazione, la
quale non consiste più nel trovare pretesti e casus belli, ma direttamente nell'affermare la necessità
e l'inevitabilità della prevaricazione. Nel corso del loro conflitto con Sparta gli Ateniesi fanno una
spedizione contro l'isola di Melo, colonia spartana che era rimasta neutrale. Gli Ateniesi mandano una
delegazione ai Meli avvertendoli che non li distruggeranno se essi si sottometteranno. Dicono che non tenteranno
di dimostrare che è giusto per loro esercitare la loro egemonia perché hanno sconfitto i Persiani
(eppure negandolo lo sostengono), ma invitano i Meli a sottomettersi perché i principi di giustizia sono
tenuti in considerazione solo quando un'eguale forza vincola le parti, altrimenti "i potenti fanno quanto
è possibile e i deboli si adeguano". I Meli chiedono se non potrebbero restare fuori dal conflitto senza
allearsi con nessuno, ma gli Ateniesi ribattono: "No, la vostra amicizia sarebbe prova di una nostra debolezza,
mentre il vostro odio lo è della nostra forza". In altri termini: scusate tanto, ma ci conviene più
sottomettervi che lasciarvi vivere, così saremo temuti da tutti.
I Meli dicono che confidano negli dèi, ma gli Ateniesi rispondono che tanto l'uomo che la
divinità, dovunque hanno potere, lo esercitano, per un insopprimibile impulso della natura. I Meli resistono,
per orgoglio e senso della giustizia, l'isola viene conquistata, gli Ateniesi uccidono tutti i maschi adulti e
rendono schiavi i fanciulli e le donne.
È lecito sospettare che Tucidide, pur rappresentando con onestè intellettuale il conflitto tra
giustizia e forza, alla fine convenisse che il realismo politico stesse dalla parte degli Ateniesi. In ogni
caso ha messo in scena l'unica vera retorica della prevaricazione, che non cerca giustificazioni fuori di
sé. Gli Ateniesi semplicemente fanno un elogio della forza. Persuadono i Meli che la forza non ha bisogno
di appoggiarsi alla persuasione.
La storia non sarà altro che una lunga, fedele e puntigliosa imitazione di questo modello, anche se non
tutti i prevaricatori avranno il coraggio e la lucidità, come abbiamo visto, dei buoni Ateniesi.
Leggi la prima parte La favola del lupo e dell'agnello
Leggi la seconda parte Eco e il casus belli
Leggi la terza parte Eco e la sindrome del complotto