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Il dogma del libero commercio. WTO: il "terzo pilastro" voluto da Bill Clinton

Sicuramente il corso della storia del pianeta sarebbe stato diverso se l'avesse spuntata Keynes

Articolo tratto da: il Manifesto
sotto il dollaro
ANTONIO TRICARICO

Ma la stessa globalizzazione è andata avanti più velocemente di quello che si pensava, fino a spingere agli inizi degli anni 90 gli Usa di Bill Clinton a puntare sul dogma del libero commercio, con la creazione nel 1994 del Wto. Proprio quel "terzo pilastro" che anche Keynes avrebbe voluto nel 1944.
Per la verità un'organizzazione che si occupasse di commercio era vista da Keynes come prioritaria, ma all'epoca gli americani posero un veto
. Certo il ministro del tesoro inglese pensava a qualcosa di diverso da un'istituzione globale basata sul verbo della liberalizzazione dei commerci globali ad ogni costo. La sua visione era un'istituzione che prevedesse l'obbligo per ogni paese alla fine dell'anno di avere una bilancia commerciale e dei pagamenti in pareggio, pena una multa internazionale con cui finanziarie lo sviluppo dei più poveri.
Sicuramente il corso della storia del pianeta sarebbe stato diverso se l'avesse spuntata Keynes.

Quando si arriva a sessanta anni si dovrebbe andare in pensione. Soprattutto si dovrebbe tirare un bilancio della propria esistenza, magari ascoltando critiche esterne, per poi avviarsi a una vecchiaia di saggezza, all'occorrenza facendosi da parte per far strada al nuovo. Al contrario, Banca e Fondo a fare tutto ciò non ci pensano neanche.
Sebbene vivano da tempo una profonda crisi di legittimità, ironicamente aggravata negli ultimi anni dai loro stessi ideatori, ossia i nuovi regnanti della Casa Bianca e del Congresso americano, che, sempre più allergici alle istituzioni globali e sempre più vulnerabili agli effetti destabilizzanti della globalizzazione economica, richiedono una restrizione del mandato e dei finanziamenti delle due istituzioni. Adesso, infatti, con la dilagante disintegrazione della loro dottrina neo-liberalistale (il "Consenso di Washington"), le istituzioni di Bretton Woods sembrano essere esse stesse vittime della globalizzazione che hanno creato.

Il premio Nobel per l'economia Joseph Stiglitz, rinnegato capo-economista della Banca mondiale, ci ha mirabilmente descritto e spiegato le crisi finanziarie del Sud-Est asiatico, che hanno poi coinvolto Russia e Brasile nel `97-'98.
L'opera di Stiglitz ha messo sul banco degli imputati senza possibilità di appello il Fondo monetario, reo di aver creduto fino al compimento della sciagura che la liberalizzazione totale dei capitali a livello internazionale era l'unica via da seguire. Poco contavano le speculazioni finanziarie e i profitti di breve termine a man bassa degli investitori globali liberi di entrare e uscire da un paese quando volevano. Speculatori che avevano le spalle coperte, visto che erano sicuri che nell'eventualità di una crisi ci sarebbe stato il buon vecchio Fondo a salvare tutti, tranne la popolazione dei paesi in crisi.

Di recente il Fondo ha poi vissuto l'"affronto" senza precedenti dell'Argentina.
Ovvero uno stato in grave crisi economica che ha dimostrato come oggi i grandi paesi emergenti del Sud possano dire di no al Fondo monetario e non pagare il proprio debito.

A differenza del Fondo monetario, a partire dalla fine degli anni 80 la Banca mondiale è finita nell'occhio del ciclone principalmente grazie alle critiche e alle lotte nazionali e globali della società civile.
A dare la spinta iniziale a tali rivendicazioni sono state le azioni non-violente degli attivisti della valle del Narmada in India, segnata dalle disastrose dighe finanziate dalla Banca mondiale.

Come reazione, negli ultimi quindici anni la Banca ha cercato continuamente di cambiare, espandendo il proprio campo di azione, pur di non accettare apertamente il fallimento economico e di sviluppo dei suoi interventi passati.
Gli aggiustamenti strutturali del sistema di Bretton Woods, pensati per risolvere l'incapacità del Sud del mondo nel ripagare il debito finanziario spesso illegittimo verso il ricco Nord, hanno portato solo più miseria.
Privatizzazioni di enti pubblici, liberalizzazioni del mercato dei capitali, tagli indiscriminati alle spese sociali perché considerate improduttive e produzioni concentrate su pochi beni destinati all'esportazione, per ottenere così moneta pregiata per ripagare il debito, non hanno permesso, specialmente ai paesi più poveri, di avere uno stato sociale e un sistema di raccolta del risparmio nazionale a sostegno dell'economia nazionale.

Di fronte all'evidenza dei disastri finanziati, all'inizio degli anni 90 la Banca ha diminuito il suo sostegno a grandi progetti, accettando la necessità di dotarsi di un minimo di linee guida anche ambientali e sociali.
Allo stesso tempo questo cambiamento non ha però toccato il cuore economico della Banca. Un'istituzione che negli ultimi nove anni si è nascosta dietro l'immagine di una "banca della conoscenza", che può aiutare gli altri finanziatori e i paesi del Sud a pensare come finanziare lo sviluppo. Le contraddizioni sono palesi al punto da ipotizzare una vera e propria schizofrenia istituzionale.

Leggi la prima parte dell'articolo Bretton Woods: l'infanzia del dominio USA
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