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Con questo articolo termina la pubblicazione informativa sulla privatizzazione dell'acqua

Il privato sempre meglio del pubblico o no ?!?

di Massimo Rossi Sindaco di Grottammare (AP)

Le nuove disposizioni normative partendo dai suddetti presupposti fanno quindi tabula rasa di tutte le gestioni pubbliche; tra queste anche quelle (e non sono poche) che oltre a raggiungere standard qualitativi soddisfacenti per i cittadini, consentono il conseguimento di risultati economici tali da contribuire agli equilibri di bilancio.
Gestioni pubbliche molto spesso radicate nella storia nelle specificità locali, scelte liberamente e democraticamente dalle Comunità locali, che non hanno assolutamente nulla da invidiare alle migliori gestioni private.
Ma anche riconoscendo l'esistenza, nel passato, di pessimi esempi di gestioni pubbliche caratterizzate da inefficienza o da pratiche clientelari e corruttive del ceto politico, i sostenitori delle virtù salvifiche della privatizzazione debbono ammette che importanti esempi, tristemente noti a livello internazionale(si pensi al tasso di incidenti ed alle altissime tariffe delle ferrovie britanniche privatizzate o ai black aut dell'energia elettrica californiana in mano a 4 o 5 produttori privati), dimostrano che molto spesso il privato antepone all'efficacia ed efficienza dei servizi, la massimizzare dei profitti, tendendo a risparmiare sugli investimenti, sulle manutenzioni e su altri fattori di gestione, non sempre ininfluenti, come già accennato in premessa, in termini di ricadute sociali.
... Ciò avviene anche perché gli enti pubblici che esternalizzano, come dimostrano gli esempi di cui sopra, non riescono a tener testa all'abilità del privato a conseguire in ogni caso il massimo dei profitti agendo sui margini di manovra a suo vantaggio che anche il miglior contratto di servizio non riesce ad evitare.
Tanto più ciò può risultare disastroso nella realtà italiana ove gli enti locali, sebbene in molti casi animati dalle migliori intenzioni, date le loro modeste strutture burocratiche (oltre il 92% dei comuni ha meno di 15.000 abitanti e il 73% è sotto ai 5000), hanno in realtà grande difficoltà a prevenire tali problemi attraverso una corretta impostazione ed un'adeguata gestione dei rapporti contrattuali; considerato peraltro che far ciò non è, paradossalmente, molto più semplice che occuparsi direttamente degli stessi servizi.
Sotto questa luce appaiono molto deboli le tesi giustificative del processo di liberalizzazione e privatizzazione, secondo le quali il fine pubblico della gestione del servizio verrebbe comunque assicurato dal fatto che l'ente che esternalizza non si priva delle scelte di governo del bene; scelte che resterebbero comunque di competenza degli organi esecutivi delle autorità di ambito.
Tale debolezza risulta a maggior ragione pericolosa quando in questione vi è un bene come l'acqua, la cui mercificazione dovrebbe rappresentare un tabù, in quanto bene indisponibile ed essenziale alla sopravvivenza umana, al pari della luce del sole e all'aria che respiriamo.
Lo sfondamento di logiche mercantili in ambiti come questo va in realtà a spezzare l'equilibrio fra necessità di innovazione, volta ad una più efficiente gestione, ed equità sociale (equilibrio che costituisce il principio formalmente consacrato nei trattati europei) e sottrae il necessario processo di modernizzazione all'iniziativa ed al controllo democratico delle comunità locali, sempre possibile in caso di gestione pubblica (anche se non sempre praticato), per consegnarlo alla spregiudicata mannaia del mercato.


La staffetta dei privatizzatori

Con queste disposizioni in Italia si chiude un cerchio che l'Inghilterra della Thatcher aveva risolto nel 1988 con la Local Government act, normativa quadro che stabiliva l'obbligo di esternalizzazione della gestione dei servizi pubblici locali tramite offerta competitiva.
È il nostro attuale Governo a portare tale affondo, ma in realtà il terreno è stato ampiamente preparato a livello culturale e normativo (si pensi alle già citate leggi di settore per gas e trasporti) dai precedenti Governi di segno politico diverso.
D'altro canto tornando all'esempio britannico precedente, Tony Blair non ha certo attenuato il furore privatizzatore delle precedenti gestioni politiche.
La mole di attività privatizzate nel Regno Unito nel periodo 1990/1998, pari a circa 64 miliardi di dollari è superata, di poco solamente, nientemeno che dall'Italia, mentre le privatizzazioni francesi hanno raggiunto nello stesso arco temporale i 48 miliardi di $.
Non deve stupire allora se a causa di tale uniformità di vedute in materia di liberalizzazioni e privatizzazioni, l'opposizione di centro sinistra, nel corso della discussione parlamentare sull'articolo 35 della Finanziaria, si è limitata a criticare, tramite l'onorevole Bassanini, l'eccessiva lunghezza del periodo di transizione verso il pieno regime di mercato.


Ancora si può (e si deve!) invertire la tendenza.

Cosa fare allora, in un quadro così negativo, per evitare che si consumi pienamente e definitivamente il passaggio di mano dal pubblico al privato della gestione di un bene di vitale importanza come l'acqua?
Sembrerebbe che i margini siano pressoché estinti, ma in realtà, oltre alla resistenza ancora possibile all'interno degli enti locali (ad esempio utilizzando pienamente la fase transitoria per rafforzare e qualificare, anche in termini di controllo democratico, le gestioni pubbliche ed impedendo, quantomeno, che il controllo delle società di gestione passi al privato) è possibile operare a livello sociale con una forte iniziativa culturale e politica, che a partire dall'informazione ed anche dalla conoscenza dei devastanti effetti già prodotti dalle liberalizzazioni, inneschi un'inversione di questa sciagurata tendenza.
L'importanza e l'essenzialità dei diritti e dei bisogni colpiti, l'ampiezza della base sociale interessata, l'emergenza democratica sottesa in tale partita, rendono praticabile ed ineludibile una controffensiva antiliberista e riformatrice. Le stesse ragioni possono rendere tutt'altro che evanescente e minoritaria un'iniziativa al riguardo e più che plausibile l'ipotesi di un suo successo.
L'importante è agire senza indugi e/o tentennamenti, data l'enorme posta in gioco, scrollandosi di dosso, il pensiero unico e/o l'approccio rinunciatario al problema in cui spesso si ammanta la sudditanza a tale pensiero.

10 Gennaio 2002

Massimo Rossi
Sindaco di Grottammare (AP)
Componente della Conferenza Stato Città

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